Quando si parla di ortografia, è facile pensare a regole, esercizi, parole da completare, errori da correggere.
Ma possiamo provare a partire da una domanda diversa:
l’ortografia si può raccontare?
Una domanda che apre una prospettiva interessante, soprattutto nei primi anni della scuola primaria.
Perché una difficoltà ortografica non riguarda soltanto il modo corretto di scrivere una parola. Dentro quella parola ci sono suoni da ascoltare, lettere da riconoscere, significati da comprendere e, spesso, una storia che può aiutare il bambino a ricordare ciò che ha scoperto.
Imparare l’ortografia non significa soltanto conoscere una regola e applicarla.
Il bambino ha bisogno di fare esperienza delle parole, di incontrarle più volte, di confrontarle, di accorgersi di ciò che cambia e di ciò che rimane uguale.
Una parola può diventare così un piccolo oggetto di esplorazione.
Si può ascoltare.
Si può pronunciare.
Si può osservare.
Si può confrontare con un’altra parola.
Si può cercare dentro una frase o dentro una storia.
E, soprattutto, si può arrivare a comprendereperché si scrive proprio in quel modo.
La storia può offrire un contesto significativo a questa scoperta.
Non si tratta di trasformare ogni regola in una favola artificiosa, né di sostituire la riflessione linguistica con il racconto. Il racconto è piuttosto unpunto di partenza: crea una situazione, mette in movimento l’attenzione e permette alla parola di essere incontrata prima ancora che analizzata.
Non si tratta di trasformare ogni regola in una favola artificiosa, né di sostituire la riflessione linguistica con il racconto. Il racconto è piuttosto unpunto di partenza: crea una situazione, mette in movimento l’attenzione e permette alla parola di essere incontrata prima ancora che analizzata.
C’è poi un altro elemento che può rendere particolarmente significativo questo percorso: il legame tra parole ed emozioni.
Coraggio, gioia, stupore, vergogna… sono parole che non hanno soltanto una forma ortografica.
Portano con sé un significato, un’immagine, un’esperienza possibile.
Se una difficoltà ortografica viene incontrata dentro una situazione narrativa che parla anche di ciò che il bambino conosce e prova, la parola non rimane isolata.
Diventa una parolada comprendere e da ricordare.
È questo l’intreccio che può nascere tra lettura, ortografia ed educazione emotiva: non tre percorsi separati, ma tre possibilità di guardare la stessa parola.
Nel lavoro sull’ortografia, l’ascolto ha un ruolo fondamentale.
Prima ancora di chiedere al bambino di scrivere correttamente una parola, possiamo invitarlo ad ascoltarla.
Quale suono senti?
Dove lo senti?
Ci sono altre parole che hanno lo stesso suono?
Che cosa cambia quando cambia una lettera?
L’attenzione si sposta così dalla semplice memorizzazione allaconsapevolezza linguistica.
L’attenzione si sposta così dalla semplice memorizzazione allaconsapevolezza linguistica.
Il bambino non riceve soltanto una risposta corretta: viene accompagnato a osservare il funzionamento della lingua.
E questo cambia anche il significato dell’errore.
Un errore ortografico può diventare un’occasione per tornare sulla parola, riascoltarla, confrontarla, cercare una regolarità.
Non soltanto qualcosa da cancellare.
La narrazione può svolgere un’altra funzione importante: dare alla parola un contesto.
Una parola incontrata in un elenco può essere dimenticata.
Una parola incontrata in una situazione significativa può invece diventare parte di un’esperienza.
È qui che il racconto può incontrare il lavoro propriamente ortografico.
Dopo aver ascoltato una storia, si può tornare sulle parole.
Cercarle.
Riconoscerle.
Classificarle.
Confrontarle.
Scriverle.
Inventarne di nuove.
Utilizzarle in una frase.
E magari tornare ancora una volta alla storia per scoprire che quella stessa parola, adesso, viene guardata con occhi diversi.
La narrazione non sostituisce quindi l’esercizio:lo prepara, gli dà senso e permette di ritornarci con una maggiore consapevolezza.
Nella scuola primaria è importante anche rispettare la gradualità.
Una scoperta non deve necessariamente essere trasformata subito in una regola da imparare.
Si può cominciare dall’ascolto di alcune parole, passare all’osservazione, individuare una ricorrenza, formulare un’ipotesi e solo successivamente arrivare alla formalizzazione.
È un movimento che possiamo sintetizzare così:
ascoltare → osservare → confrontare → scoprire → comprendere → esercitare.
In questo percorso il bambino non è semplicemente chiamato ad applicare ciò che l’adulto ha già spiegato.
È invitato anotare qualcosa.
E proprio quel “notare” può diventare l’inizio dell’apprendimento.
Un percorso di questo tipo può trovare nel quaderno uno spazio personale.
Non soltanto un luogo in cui copiare regole ed esercizi, ma una sorta di raccolta delle parole incontrate e delle scoperte fatte.
Una parola può essere custodita, esplorata, arricchita.
Può essere accompagnata da altre parole della stessa famiglia o caratterizzate dallo stesso suono; può essere inserita in una frase, collegata a un’immagine, a un’emozione, a una situazione narrativa.
Il quaderno diventa così la traccia visibile di un percorso.
Non un repertorio di regole, mauna storia di apprendimenti.
Non un repertorio di regole, mauna storia di apprendimenti.
C’è infine una questione importante.
Raccontare l’ortografia non significa raccontare al bambino tutto ciò che deve sapere.
La parte più interessante comincia spesso quando la storia finisce e nasce una domanda.
Perché questa parola si scrive così?
Che cosa succede se cambio questa lettera?
Conosciamo altre parole che funzionano nello stesso modo?
Possiamo trovarne una nuova?
È in questo spazio che l’insegnante può osservare, raccogliere le ipotesi, proporre nuove parole, accompagnare il confronto e aiutare il bambino a passare dall’intuizione alla consapevolezza.
La storia, allora, non dà una risposta già confezionata.
Mette in moto la ricerca.
Forse, dunque, l’ortografia si può davvero raccontare.
Non perché le regole debbano diventare tutte delle storie, ma perchéla lingua è fatta di parole che hanno suono, forma, significato e vita.
Non perché le regole debbano diventare tutte delle storie, ma perchéla lingua è fatta di parole che hanno suono, forma, significato e vita.
E quando il bambino incontra una parola dentro un contesto significativo, può iniziare a guardarla in modo diverso.
Prima la ascolta.
Poi la riconosce.
La osserva.
La confronta.
La scrive.
E, poco alla volta, comprende.
È un modo di lavorare sull’ortografia che prova a spostare il centro:
dalla regola alla parola,dall’esercizio alla scoperta,dalla correzione alla consapevolezza.
È da questa idea che nasceI segreti delle parole: un percorso per la classe seconda che intreccialettura, ortografia ed educazione emotiva, attraverso storie e attività che invitano a fermarsi sulle parole, esplorarle e scoprire ciò che custodiscono.
Perché forse una parola, prima ancora di essere scritta correttamente, ha bisogno di essere ascoltata, compresa e incontrata.

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